Sarebbe stato l’ultimo della serata. Così arrivò puntuale, anche quella volta. E così attese fuori dal portone che venisse a riceverla, come sempre. E quando lui arrivò, la salutò brevemente e la condusse dentro, con fretta. Aspetta qui, le disse. Tornò poco dopo con un indumento tra le mani. Indossalo, fece, porgendoglielo. Vai, vai di là a mettertelo. Lei prese quella cosa tra le mani e si avviò verso il corridoio che già conosceva. Entrò nella prima stanza sulla destra. Accese la luce. Si spogliò da ciò che era suo. Indossò quella cosa. Poi si sedette, all’angolo del letto, ed attese. Lui arrivò qualche minuto dopo. Mettiamo della musica, disse. Lei non rispose nulla a quella che poi non era stata neanche una domanda. Poi si distese, a pancia su. E chiuse gli occhi. In un attimo lui le fu sopra. Senza fare nulla. Restando Immobile. Lui sopra lei. Dopo qualche minuto lei aprì di nuovo gli occhi. È l’ultima volta di tutte le volte, disse allora. Lui non parve stupito né amareggiato né angosciato. Lui non disse proprio nulla. Lei, allora, ripeté la frase. Con più forza nella voce, per quanto potesse, schiacciata sotto il peso di lui. A quel punto lui, forse, parve capire perché si spostò, a sua volta, sbuffando, mettendosi a sua volta supino, accanto a lei. Sei una persona intelligente, disse poi. Lei non confermò, non domandò, non aggiunse. Rimasero fermi. In quell’ultima sera.