perché poi c’era il tuo modo di dire le cose. un modo insano dove tutto saltellava dentro una sua stupida vacuità. anche le cose gravose, pesanti, quelle serie, quelle piene d’intenzione, quelle piene di sentimento, ecco tu le lasciavi andare, scorrere, perdere, cadere, frantumarsi, dissolversi, sparire definitivamente. così io stavo lì, ascoltando senza ascoltare, parlando senza parlare. davanti alla celerità del tuo dire che era dire niente. e sottolineo: dire niente. stavo lì con te di fronte, imperturbabile davanti alla commozione del mio tacere, davanti alla disperazione del mio silenzio.

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era come sfuggire alla morte. quel prendersi convulso, sudato, senza respiro, senza luce. era come sfuggire alla morte. quel chiudere gli occhi dentro quell’intenso e fragile istante di vita, dentro quelle briciole di secondi col sangue alla testa e il petto in fiamme. era come sfuggire alla morte. anche quel sorridere prima di andare via. come dire ti ringrazio di questo pulsare che mi hai dato senza sentire. come dire tante cose. dicendo poi niente. appunto.

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Sarebbe stato l’ultimo della serata. Così arrivò puntuale, anche quella volta. E così attese fuori dal portone che venisse a riceverla, come sempre. E quando lui arrivò, la salutò brevemente e la condusse dentro, con fretta. Aspetta qui, le disse. Tornò poco dopo con un indumento tra le mani. Indossalo, fece, porgendoglielo. Vai, vai di là a mettertelo. Lei prese quella cosa tra le mani e si avviò verso il corridoio che già conosceva. Entrò nella prima stanza sulla destra. Accese la luce. Si spogliò da ciò che era suo. Indossò quella cosa. Poi si sedette, all’angolo del letto, ed attese. Lui arrivò qualche minuto dopo. Mettiamo della musica, disse. Lei non rispose nulla a quella che poi non era stata neanche una domanda. Poi si distese, a pancia su. E chiuse gli occhi. In un attimo lui le fu sopra. Senza fare nulla. Restando Immobile. Lui sopra lei. Dopo qualche minuto lei aprì di nuovo gli occhi. È l’ultima volta di tutte le volte, disse allora. Lui non parve stupito né amareggiato né angosciato. Lui non disse proprio nulla. Lei, allora, ripeté la frase. Con più forza nella voce, per quanto potesse, schiacciata sotto il peso di lui. A quel punto lui, forse, parve capire perché si spostò, a sua volta, sbuffando, mettendosi a sua volta supino, accanto a lei. Sei una persona intelligente, disse poi. Lei non confermò, non domandò, non aggiunse. Rimasero fermi. In quell’ultima sera.

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così qui c’è una bambina che piange sempre. non parla. non domanda. non ride. lei soltanto piange sempre. a qualsiasi ora. piange. e sempre. così ci sono cose per le quali non stai a domandarti. non stai a parlare. non stai a ridere che non c’è niente da ridere cazzo ti ridi. non stai neanche a piangere. stai solo a guardare. perché guardare non costa niente. perché guardare non richiede sforzo. perché guardare lo puoi fare anche da fermo. perché guardare lo puoi fare anche quando sai che ti sei sbagliato. anche quando fingi di non esserti sbagliato. anche quando fingi di non aver creduto. e allora guardi qualcosa che non è più niente. guardi qualcosa che è stata pura finzione. ingegnosa opera di fantasia. surreale ipotesi votata all’estinzione. guarda. come fosse stato un assurdo filmetto del caso. o del cazzo.

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fu in quel momento che sentì quel rumore. prima debole. poi più forte. e ripetuto. non si voltò subito ma continuò a camminare.

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ricordò che giù al paese era festa del santo patrono. che era giorno di bancarelle. che era giorno di famiglie in festa in giro, per i vicoli del borgo. ricordò che l’avrebbero aspettata per cena. che si erano raccomandati, poco prima che uscisse. che non facesse tardi, avevano ripetuto. che poi avrebbero, anche loro, fatto un giro giù per il centro.

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dopo qualche istante ricominciò a camminare. ma velocemente. nella direzione che ora però non ricordava più. le venne in mente poi quella cosa. una delle ultime cose che si erano detti. e ancora accelerò il passo.

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